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della Democrazia - Lo specchio di Calamandrei

Nel notissimo libro di Piero Calamandrei “Elogio dei giudici scritto da un avvocato” si legge: “Chi entra in Tribunale, portando nel suo fascicolo, in luogo di buone e oneste ragioni, secrete inframmettenze, occulte sollecitazioni, sospetti sulla corruttibilità dei giudici e speranze sulla loro parzialità, non si meravigli se, invece che nel severo tempio della giustizia, si accorgerà di trovarsi in un allucinante baraccone da fiera, in cui da ogni parete uno specchio gli restituirà, moltiplicati e deformati, i suoi intrighi”.

Sono passati più di cinquant’anni, ma le parole di Calamandrei conservano pieno vigore.

Certi protagonisti dell’attuale stagione italiana sembrano infatti puntare tutto, in tema di giustizia, su inframmettenze nemmeno troppo occulte. Per esempio, c’è chi dimentica che i giudici sono soggetti soltanto alla legge (art. 101 Costituzione), per pretendere invece che accettino dipendenze – dirette o indirette – da qualcosa che non è legge ma altro: palazzo, contingenti maggioranze o sondaggi, potentati economici o culturali. Oppure accusa quegli “impudenti” di magistrati che si ostinano a fare il loro dovere di essere “politicizzati”, prevenuti e faziosi: capaci persino di trasformare i Tribunali in luoghi dove si consumano vendette politiche, mentre in realtà si tratta semplicemente di non essere disposti a rinnegare la giustizia per fare la volontà di qualcuno.

Rischia l’effetto “specchio deformante”, poi, chi usa come metro di valutazione dell’intervento giudiziario l’utilità, sostituendo (con effetti devastanti) i tradizionali criteri di correttezza e rigore. Oppure chi gestisce il processo come momento di contestazione e rottura, con strategie finalizzate a condizionarne pesantemente lo svolgimento o svalutarne l’esito, strategie che nulla hanno a che vedere con un sistema di stretta legalità. Ancora. Si colloca fuori del “severo tempio della giustizia” chi pensa che l’investitura popolare conferisca il diritto di attaccare ingiustamente chi fa semplicemente il suo dovere istituzionale. O proclama che le sentenze ( ovviamente quelle sgradite a certi interessi) non possono valere più del voto di milioni di italiani. O decreta che determinati interventi giudiziari sono…. eversione della democrazia. Anche oltrepassando la soglia della giurisdizione ordinaria per entrare a piedi giunti nel campo di quella costituzionale, accusando la Consulta di intrighi o lesa maestà per non aver sentenziato come certi ambienti speravano.

E si sconfina nel “baraccone” se si punta ad una sorta di “redde rationem” con la magistratura, prefigurando riforme della giustizia che sembrano ispirarsi a logiche di amico/nemico poco compatibili con una buona qualità di democrazia. Con tutto un “battage” di zelanti epigoni che si attaccano persino al colore dei calzini di un giudice, o alle sue passeggiate in attesa del proprio turno dal barbiere. Gli effetti sarebbero comici se non ci fossero ( nel tentativo di imbrattare l’immagine di un magistrato in quanto “reo” di aver preso una decisione contraria a certe aspettative) anche forti elementi di intimidazione, capaci di sovvertire le regole fondamentali della giurisdizione e di incidere sulla serenità dei giudizi. Scriveva Alessandro Galante Garrone che “a volte non basta, per un giudice, essere onesto e professionalmente preparato; in certe situazioni storiche , per potere ricercare e affermare la verità, con onestà intellettuale, bisogna essere combattivi e coraggiosi”.

Il nostro Paese sta attraversando una tale situazione? Se così è, riesce difficile parlare di democrazia in salute.

Gian Carlo Caselli - Il Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2009




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