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PALLONCINI ROSSI

Palloncini Rossi

Gli operai non sono tornati, anzi. Lassù, sui tetti, si sono isolati
lontano dallo scontro pubblico
.
Ci vorrebbe un nuovo Pasolini per raccontare quello che resta
di una dignità operaia che fu aristocratica.
di Mimmo Calopresti

Lontani, altissimi nell’alto dei cieli, direi più vicini a Dio che ai
loro simili. Per raccontarci la loro crisi perenne, che qualche
volta si acuisce in maniera drammatica - come succede in questo momento - alcuni lavoratori si sono allontanati
da noi. Sono saliti in alto. Hanno cominciato questa estate gli operai dell’Innse, che si sono rifugiati su un carroponte. Gli ultimi, per adesso, sono stati quelli della Yamaha, appena
scesi dal tetto della fabbrica di Lesmo, all’aria aperta, dopo aver affrontato il gelo polare di questi giorni di festa. In
questi pochi mesi le ascese sono state tante, si sono moltiplicate, da nord a sud. Salgono sui tetti gli operai con il
lavoro a rischio o con la certezza del licenziamento, con in tasca la lettera che annuncia la cassa integrazione, con la fabbrica che sta per essere venduta a non si sa bene chi o con lo stabilimento in procinto di essere smantellato. Ma non solo operai: ora su quei tetti salgono anche i cenciaioli di Palermo che si battono per poter continuare a fare la raccolta differenziata, i ricercatori dell’Ispra, gli studenti de La Sapienza che protestano contro i tagli all’università, gli insegnanti
precari di Benevento, i lavoratori con contratto a tempo determinato in scadenza del call center di Trapani.
A R I S TO C R A Z I A . Tutti si sono isolati, con dignità, senza scenderenell’arena del dibattito degli scontri verbali, delle manifestazioni che sfilano sul video davanti ai nostri occhi nelle nostre tristi serate televisive, si sono allontanati dal casino solito e confusionario dell’informazione, dicono poco
e poco si fanno vedere, stanno semplicemente cercando di attirare il nostro sguardo verso l’alto, quello sguardo
che solitamente ci neghiamo anche durante una passeggiata dentro le nostre città. C’è dignità, aristocrazia – oserei dire - in questa scelta. Una aristocrazia acquisita in tempi lontani, in
tempi di battaglie importanti, tempi forse finiti per sempre. Gli operai davanti ai cancelli della Fiat Mirafiori risucchiavano
l’attrazione generale: quando entravano negli stabilimenti,
nelle albe fredde e livide, trovavano gli studenti che andavano a volantinare e giovani rampolli della borghesia che li
contemplavano come se avessero di fronte attori sublimi delle loro visioni rivoluzionarie. I cancelli di corso Traiano
diventavano così la porta del tanto immaginato paradiso operaio. Quegli operai uscivano rincorsi nelle notti
fredde dalle televisioni che volevano conoscere in anticipo ogni loro pensiero, ogni prossima mossa sindacale
e, infine, avevano credito facile dai commercianti quando scioperavano per avere aumenti salariali: la loro ricchezza
era ricchezza di tutti, erano il motore più potente del sogno collettivo di maggior benessere. Poi un giorno tutto finì. Andare a lavorare alla Fiat - diceva mio padre - è avere un posto sicuro, la mutua e i regali a Natale, la possibilità di fare sport e d’estate andare al mare in fila, capitanati da belle
signorine che ti portavano in pineta dopo aver fatto il bagno a Marina di Massa. Quel meraviglioso mondo si trasformò
in incubo: ristrutturazioni, cassa integrazione, mobilità, decentramento, globalizzazione. Sempre più difficile la vita. Persi per sempre i padroni, quelli che intravedevi la mattina
quando entravano nello stabilimento con la macchina dai vetri scuri ma di cui conoscevi bene ogni movenza. Al loro posto, quando va bene, ora c’è una multinazionale oppure una società
con sigle sconosciute e con sedi altrettanto sconosciute, i cui amministratori delegati percepiscono quegli stessi stabilimenti come pezzi di un puzzle da comporre con tasselli a costo sempre minore. Come erano fortunati i lavoratori della Fiat quando potevano andare in corteo sotto gli uffici di corso Marconi a Torino per urlare tutta la loro rabbia contro il padrone: lungo il viale risuonavano i cori “Agnelli, Agnelli vaffanculo”, e l’Avvocato li ascoltava, mentre li guardava dall’alto, dietro la finestra del suo ufficio. Ma quella era un’altra epoca, era il tempo del posto fisso. Poi il sogno del posto
fisso svanì e cominciarono ad affermarsi gli ammortizzatori sociali, inutile medicamento di uno sviluppo industriale
sempre più scassato, mentre il sogno viene provvisoriamente appaltato ai lavoratori stranieri, che, però, insieme al loro stupore di riuscire a mettere piede nel Paese dei reality -
Paese che riesce a far diventare celebri tutti, dove una serata televisiva non si nega a nessuno - ci portano un bel po’
di casino, ci fanno sentire insicuri, sono sporchi e, se non stiamo attenti, ci rubano tutto. D’altronde questa situazione
il nord l’aveva già vissuta. I meridionali erano arrivati in massa a cercare lavoro e a portare problemi. E’ indimenticabile la lunga fila delle signore impellicciate che, sotto la sede
de La Stampa, si affannavano a firmare un appello contro la prostituzione dilagante, molte di quelle donne erano madri dei ragazzi che si svegliavano alla mattina presto per andare a volantinare davanti alla Fiat. Poi, però, i meridionali
si sono fatti il culo, hanno mandato i figli a scuola e si sono comprati le case in periferia - quelle case che adesso si affacciano su un campo rom - e ora si incazzano: anche loro si mettono in fila per firmare appelli contro il degrado e contro quelle brutture, loro che sono nati davanti ai più bei
panorami del mondo.
DOVE SONO LE FABBRICHE ?
Gli operai non interessano più a nessuno. Nessuno va più davanti alle fabbriche, nessuno sa più dove sono le
fabbriche: ora per sapere dove è la FiatMirafiori, un tempo icona del lavoro operaio, ci si collega a Google Maps. Le televisioni arrivano in massa solo quandoaccade una tragedia. Alla ThyssenKrupp sono accorsi tutti per raccontare la tragedia piu assurda dei nostri tempi: cinque ragazzi perdono la loro vita nel tempio dell’acciaio lucido, parte di una multinazionale che, con i suoi prodotti, permette a tutto il mondo di vivere con agio, ma dove la loro vita non contava niente già da tempo. Nessuno però pensa di andare nei cantieri, dove la vita dei lavoratori conta ancora meno e dove le assunzioni vengono effettuate qualche ora prima dell’attestato decesso. Gli intellettuali hanno escluso gli operai dal proprio immaginario e li hanno sostituiti con una poltiglia non ben definita di soggetti che difficilmente riusciranno
ad affermarsi e diventare i protagonisti del prossimo futuro. Nessuno li vede più, nessuno li racconta più. Ci vorrebbe
forse il Pasolini del “poema dell'immondezza”, che negli anni ‘70 a Roma cercò di raccontare il primo sciopero dei netturbini. Ci vorrebbe il più grande attore italiano di tutti i tempi,
Gian Maria Volontè, che cercò, in un Natale degli anni ‘70, di mettere una tenda in piazza di Spagna in solidarietà con la lotta dei metalmeccanici e che la polizia spazzò via in un attimo, nonostante la resistenza dei manifestanti. Di quei giorni è rimasto un film, "La tenda in piazza", uno dei pochissimi film da regista che Gian Maria Volontè ha girato in un anno in cui rifiutava di fare film per occuparsi di qualcosa che lo facesse sentire utile a sé e agli altri.
Ci vorrebbe Ugo Gregoretti che con Omicron, un film di fantascienza, racconta l’alienazione della vita operaia con umorismo e grazia. Ci vorrebbero artisti e poeti per raccontare. Il neoralismo non è utile, forse serve solo per raccontare Gomorra, ma per riuscire a vedere quei palloncini rossi che sono volati là nel cielo, così in alto sui tetti, per farci alzare la
testa ci vuole la poesia, quella poesia che è scomparsa per sempre nelle nostre vite, che abbiamo barattato con un po’ di
benessere immediato e apparente. Ci vorrebbe tutta la forza di quella poesia.
Servirebbe anche a Termini Imerese: servirebbe un gesto poetico per risolvere quella situazione, non le pur sensate parole dell’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, non le trattative sindacali se pur doverose, non le promesse del ministro del lavoro, per non trasformare
quello stabilimento, che era nato come un giardino in una prateria di disperazione, nell’ennesima cattedrale
nel deserto. Per non rottamare ancora delle vite, per non dismettere anche quegli operai che hanno smesso di essere
funzionali all’ennesimo piano di sviluppo industriale del sud. Ci vorrebbe un gesto poetico che trasformasse la Fiat di
Termini Imerese da fabbrica di automobili che nessuno vuole più, in una fabbrica di utopie utili a tutti.

Il Fatto, Domenica 27 dicembre 2009




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